Il Cappello alpino e Preghiera dell’alpino

Il cappello alpino vuol dire troppe cose per noi, tante quante formano il periodo più bello della nostra vita: la giovinezza. Si identifica quindi con quello spirito spensierato e lieto, che è riuscito a vivere, a sopravvivere a condizioni di vita in cui è umanamente impossibile la vita stessa. Ecco perchè il cappello alpino è un’insegna.

Gli Alpini lo amano. Al Cappello alpino va il primo pensiero del mattino, all’ora della sveglia. Vestito della sola camicia, divenuta corta per il ripetuto lavaggio, l’Alpino non pensa a nascondere quello che Adamo copriva con la foglia di fico, rimasto impudicamente all’aperto, ma pensa ancor prima a mettersi il cappello in testa. E’ la sua bandiera.

I bocia si adattano il cappello in testa, lo stirano con acqua e sale per dargli la forma. Ma poi pensa il sudore a mantenerlo sotto sale, pensano la polvere e l’acqua, il vento, il sole, la neve a dargli il suo colore. Il cappello infossato a ciotola è una coppa per la sete. “Malorsega, diceva ‘l Negher, qui dentro se beve e se mangia!”

Il cappello alpino si identifica con le nostre fanfarette decisamente stonate: le stecche sono i segni di coscienze tranquille, o nascono dal fatto che la curva dei bombardini è occupato da un salame, adottato lungo la vita.

Il cappello si identifica con le nostre tante belle canzoni: “Sul cappello che noii portiamo…” – “L’erai bella come gli orienti, dai tramonti dei soli nascenti…” – “Faramieu, busiard, faramieu, busiard, cala giù, che monto sù…” 

Si identifica con le appassionate lettere alle fanciulle: “E’ primavera e tutti i fiori sbocciano. Solo uno è chiuso nel suo bossolo: sei, tu angelo caro?…”

Si identifica con nostr turismo all’estero spensierato senza passaporto, con le nostre avventure, con i viveri di riserva consumati già da oltre un anno (per Natale) e la vacca giovane ed inesperta, sbranata dagli Alpini famelici, in un prato.

Il cappello alpino si identifica con la mula “ Val Guarnera”, che , toccata sotto la coda mollava una doppietta e timbrava il permess al vecc, posto con prudenza su una pala, anche se il signor Capitano l’aveva rifiutato, perchè capiva che quel permesso era meritato.

Il cappello alpino insomma si identifica con le nostre battaglie, i nostri sacrifici, le nostre avventure, i nostri sogni, le nostre bevute e i canti in compagnia, i ricordi, le amicizie, gli entusiasmi, i dolori e le gioie della nostra giovinezza tribolata, il nostro spirito semplice ed umano.

Per questo ci è così caro.

Nel novembre 1951 quando il Polesine è invaso dalle acque, intere popolazioni abbandonano le case. Una barca, carica di alluvionati, sta per partire: attende un vecchio che si attarda nella sua misera abitazione. “Presto nonno o ti lasciamo dove sei!” – e lui niente. Una testa bianca si fa finalmente alla finestra e dice: “el me capel d’Alpin dove xelo?” – E una vecchietta dalla barca “Sopra l’armaro, dove vustu ch’el sia?” – Quando il vecchio mette piede sulla barca, si ode qualche improperio. Ma il suo viso ha un’espressione di felicità, che vale qualsiasi discorso di susa, mentre cela sotto la giacca il suo vecchio cappello alpino. Sul cappello gli alpini mettevano tante stellette quanti erano i mesi di naja vissuta. Per un Alpino il suo cappello è tutto. questo è il cappello di un Alpino, e anche se puzza, come dice qualcuno, porta una penna d’Aquila, una penna che ha conosciuto il volo nell’azzurro del cielo, che ha visto di lassù il mondo piccino,  il mondo degli uomini, piccoli così, pur grandi, ma solo quando sanno amarsi, ma solo quando sanno essere fratelli, e rivolgere ancora l’animo al cielo azzurro, da dove è scesa la loro insegna: quella penna nera, che portano con tanto orgoglio, sopra un vecchio cappello stinto.